La terza nave dell'Imperatore Caligola è davvero nel Lago di Nemi?

FORSE LA FANTASIA DI UNO SCRITTORE ce la farebbe apparire avvolta nella nebbia. Tetra. Spinta dalle onde del Lago di Nemi in un silenzio rotto soltanto dal rumore del battito d’ali degli uccelli. Che affondano come rami nell’aria. Perché, secondo una leggenda, una terza nave dell’Imperatore Caligola ha navigato qui. Ma nessuno l’ha ancora davvero vista, nonostante la si cerchi da tempo. Da quando, durante una delle spedizioni archeologiche più incredibili di sempre, vennero trovate le altre due. Riemerse dal fondo dello specchio d’acqua del piccolo vulcano laziale dei Colli Albani svuotato in parte con le idrovore. Pompe dalle dimensioni pari all’impresa faraonica che archeologi illuminati avevano deciso di affrontare negli anni Quaranta per volere di Mussolini. Un lavoro d’ingegneria idraulica memorabile. Altro che film hollywoodiani.

E poiché la leggenda sulle altre due navi è diventata storia, il relitto fantasma che mancherebbe all’appello lo si sta ancora cercando. Questa volta con archeologi robot in grado di perlustrare il fondale a distanza. Perché per saggiare cosa c’è sotto non c’è più bisogno di svuotare il lago, né si può andare indossando scarponi e cappello alla Indiana Jones. Ci vogliono un’imbarcazione, strumenti in grado di emettere onde acustiche con cui “picconare”, e strumenti in grado di raccogliere come si farebbe con paletta e secchiello in uno scavo. Raccogliere “pezzi” di dati digitali provenienti dai depositi accumulati da millenni nel cratere. A cui i software di un computer poi possono dare forme. Si spera, proprio quelli di una nave romana.

Questi strumenti d’indagine sono un side scan sonar un sub bottom profiler, e appartengono all’Arpacal-Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria. Utilizzati di solito per effettuare ricerche per l’individuazioni di situazioni d’inquinamento, grazie a un approccio multidisciplinare virtuoso è stato possibile utilizzare anche per cercare di svelare un mistero che avvolge il lago del Comune di Nemi. Tutto è nato da attività di indagine del Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma impegnati nella verifica di abusi edilizi, scarichi fognari irregolari e depositi di rifiuti vari.

«Avendo in passato già collaborato con l’Arma siamo stati chiamati a partecipare alle operazioni che hanno coinvolto il lago» spiega Luigi Dattola, geologo del Centro Geologia e Amianto dell’Arpacal, tecnico responsabile dell’uso dei due strumenti. «Essendo un fondale con materiale estremamente fine i sommozzatori già in passato si erano trovati in difficoltà. Anche senza pinneggiare, infatti, il fondale si sollevava in una nuvola che rendeva impossibile una visione già di per sé limitata a qualche decina di centimetri. Da qui l’idea di intervenire con apparecchiature in grado di vedere oggetti appoggiati o sepolti. Così da dare indicazioni utili e favorire un successivo e mirato intervento dei sub».

Una delle due navi romane dell’Imperatore Caligola (Foto: Museo delle Navi Romane di Nemi)

Un aspetto importante di questa missione è che si è stati in grado di “prendere due piccioni con una fava”. Cioè di effettuare contemporaneamente operazioni d’analisi ambientale e ricerche archeologiche. Una via che, se intrapresa come metodo in altri progetti, consentirebbe alle casse pubbliche, di solito svuotate dalle idrovore della mala gestione, di non scendere di livello. Questo risultato è stato possibile grazie alla sinergia virtuosa tra Arpacal, Arma dei Carabinieri, Capitaneria di Porto e Comune di Nemi. Dell’idea di utilizzare le attività d’analisi ambientale è stata informata anche la Soprintendenza Archeologica del Lazio.

«Il costo dell’operazione, a impatto zero per l’ambiente, è stato quasi nullo. In pratica abbiamo sostenuto le spese di ospitalità e viaggio» ci tiene a rimarcare Alberto Bertucci, sindaco di Nemi. «Con l’agenzia ambientale calabrese, infatti, abbiamo siglato una convenzione che ci impegnava a finanziare in toto le spese necessarie per usufruire della strumentazione e del tecnico solo durante quei giorni in cui l’Arpacal non li avrebbe utilizzati in attività di campo sulla propria regione». Del resto, sarebbero comunque andati sul posto per impegni con l’Arma.

I lavori di ecoscandaglio del lago sono iniziati il 4 aprile e terminati il 13, per un totale di 8 giorni di attività di “dragatura acustica”. L’elaborazione dei dati, invece, è iniziata a fine aprile. I risultati saranno disponibili tra circa un mese.  «Grazie a un mezzo nautico della Classe GC L messo a disposizione della Capitaneria di Porto di Roma Fiumicino ho potuto esaminare tutto lo specchio d’acqua» racconta Dattola, «ponendo una particolare attenzione alla zona del lago di fronte a Genzano di Roma. Quella è l’area in cui è più probabile che possa trovarsi il relitto che cerchiamo. Perché è quella che non venne svuotata durante le operazioni di recupero delle altre due navi».

Tra il 1928 e il ’32, infatti, il recupero fu ottenuto abbassando il livello del lago di 11,28 metri, mentre raggiunge fino a 33 metri di profondità. Ci si riuscì disostruendo un antico emissario che agli inizi del V Secolo avanti Cristo portava l’acqua del lago fino al Fosso dell’Incastro ad Ardea. Liberandolo, l’acqua poté defluire fino a far riemergere totalmente una prima nave di Caligola, la più grande. Che, insieme alla seconda, risulteranno essere esemplari unici di imbarcazioni cerimoniali da parata. Pensate per essere dei palazzi galleggianti a chiglia piatta che misuravano la prima 73 metri di lunghezza per 24 di larghezza, l’altra 71 metri per 20. Andranno perdute in un incendio doloso causato da soldati germanici che avvolse il Museo delle Navi Romane il 31 maggio del 1944.

La prima nave che emerse dal Lago di Nemi durante le operazioni di recupero (Foto: Museo delle Navi Romane)

Quello che si otterrà dalla combinazione dei dati dei due strumenti utilizzati per questa missione sarà una mappa 2D del fondale del lago. Sufficiente a individuare anche manufatti che giacciono affioranti o totalmente sepolti nel limo. Come la piccola barchetta di circa 3 metri che sembra essere stata scoperta lungo la costa. Ma è tutto da verificare. Perché in questi tipi di attività è facile vedere durante le operazioni qualcosa che dopo analisi approfondite si dimostra essere un abbaglio.

«Con il side scan sonar, uno strumento a forma di siluro attaccato alla barca con un cavo allungabile fino a 30 metri, è stato possibile fare una sorta di foto di tutta la superficie del fondale» sottolinea Dattola. «Con il sub bottom profiler, invece, è stato possibile affondare gli occhi elettronici oltre la superficie, dai 50 centimetri fino ai 6 metri. Questo ci consentirà di avere una ricostruzione dettagliata di ciò che c’è lì sotto. Poiché quelli che possiamo chiamare dei singoli “scatti fotografici” del fondale sono delle dimensioni che vanno dai dieci ai quaranta metri quadrati circa, sarà necessario effettuare una operazione di composizione come in una sorta di puzzle. Solo mettendo tutto insieme potremo avere la vera immagine del fondo del Lago di Nemi. E, se c’è, anche il volto della terza barca di Caligola».

Le analisi, infatti, daranno un quadro definitivo sulla presenza o meno del relitto leggendario. Che, se davvero esistito e affondato, non potrà che trovarsi proprio nella parte del lago rimasta sommersa durante il recupero delle altre due. Il punto più profondo. La bocca dell’antico vulcano. Se così  fosse, recuperarlo sarà un’impresa più complicata di quella del secolo scorso. Se non si dovesse trovare, potremo sempre sperare nella nebbia. Da cui magari appaia, tetra. Spinta dalle onde del Lago di Nemi in un silenzio rotto soltanto dal rumore del battito d’ali di uccelli. Che affondano nell’aria e nell’acqua, come remi di una antica nave romana.

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