Le faglie del Pollino si muovono lentamente. Dissipando nel tempo energia. Per questo in superficie i terremoti non sono distruttivi. Lo ha dimostrato uno studio congiunto INGV e CNR.

PERCHÈ SUL POLLINO, IN CALABRIA, I FORTI TERREMOTI si fanno sentire meno che nel resto dell’Appennino? Perché le faglie, quelle fratture della crosta terrestre che scorrono una rispetto all’altra causando gli scuotimenti che avvertiamo in superficie, si muovono con movimenti lenti. Senza scatti improvvisi e violenti. Sotto il Pollino tutto si muove in maniera quasi fluida. Senza che la terra si carichi a molla. Come accade quando una faglia in movimento, ostacolata da un’altra ferma o che si muove di meno rispetto a lei, si deforma fino a spaccarsi. Rilasciando di colpo energia. Com’è accaduto ad Amatrice e L’Aquila. Ecco perché la lunga sequenza sismica che ha interessato il Pollino tra il 2010 e il 2014 non è mai sfociata in un evento disastroso.

  

A svelare questo meccanismo tipico dei terremoti del Pollino, che rappresenta una novità rispetto ai comportamenti tipici e più violenti delle faglie presenti lungo la catena appenninica, è stato un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IREA-CNR) in collaborazione con il Dipartimento di Protezione Civile. Lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports di Nature, consente agli scienziati di guardare da un punto di vista nuovo la sismicità che storicamente ha interessato l’area.

«Le ricerche effettuate nel mondo negli ultimi anni hanno evidenziato che le sequenze sismiche di terremoti di bassa magnitudo sono spesso accompagnati da scorrimenti delle faglie asismici» spiega Daniele Cheloni, ricercatore dell’INGV-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e primo autore del lavoro. «Fino a ora, però, in Italia non era stato possibile verificare questa ipotesi. A causa della mancanza di un numero sufficiente di misure di deformazione del suolo rilevate durante il verificarsi degli eventi».

Per vedere questo “andamento lento” che poco fa ballare i calabresi in superficie ci è voluta, però, tutta la migliore tecnologia di frontiera. Gli scienziati ci sono riusciti grazie all’analisi ed elaborazione di immagini radar “scattate” dai satelliti COSMO-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dei dati delle stazioni GPS (costellazione di satelliti del Global Positioning System) della rete RING dell’INGV. Installate nel 2011 nell’ambito di un progetto INGV di studio della deformazione tettonica nell’area del Pollino.

  

«L’uso dei satelliti», spiega Eugenio Sansosti Primo Ricercatore dell’IREA-CNR «ha permesso di ottenere dei dati con dettagli dello spazio e del tempo che non sarebbe stato possibile ottenere con altri sensori. Questo ci ha consentito di poter misurare deformazioni del suolo anche molto piccole e lente, come quelle che sono tipicamente legate a scorrimenti asismici delle faglie». Un risultato, questo, ottenuto grazie anche a una intensificazione delle acquisizioni satellitari sull’area del Pollino. Effettuate durante le sequenze sismiche dall’ASI in coordinamento con la Protezione Civile.

L’importanza di questa scoperta risiede anche nella possibilità di poter comprendere meglio il comportamento sismico di tutta l’area interessata. Perché la storia narra che da queste parti di grandi eventi distruttivi, a differenza di zone confinanti, non ce ne sono mai stati. Questo nonostante il Nord e il Sud, separati per molti aspetti, siano sempre rimasti uniti nelle tragedie legate a quei terremoti che periodicamente si verificano lungo tutta la penisola. Perché gli Appennini dimostrano un comportamento omogeneo ovunque. Tranne che qui. Dove non rade al suolo case e miete vittime.

«Questo accade perché il movimento asismico contribuisce al rilascio di una parte della deformazione tettonica che verrebbe altrimenti rilasciata dai terremoti» sottolinea Nicola D’Agostino, Primo Ricercatore dell’INGV e coordinatore della ricerca. «Questo può spiegare perché, rispetto al resto dell’Appennino, i terremoti di magnitudo più elevata sono relativamente meno frequenti nell’area del Pollino».

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