Ragazzi e ragazze in un allenamento multicolore

A CHI NELLA VITA HA FATTO DI CONTA per scegliere palla o campo per la partitella pomeridiana improvvisata la notizia potrebbe risultare banale. Chi c’era c’era. Bianchi, gialli o neri non faceva alcuna differenza. L’importante era divertirsi. E in un’epoca di problematiche migratorie crescenti la ricerca scientifica ci consiglia di guardare proprio a quelle partitelle e allo sport extrascolastico al fine di favorire la pace e l’integrazione tra popoli con culture differenti.

Dallo studio ‘Sport e integrazione’, infatti, condotto dall’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Cnr nell’ambito dell’Accordo di programma tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Coni per la promozione delle politiche di integrazione attraverso lo sport, risulta che i ragazzi che praticano sport hanno più amici di quelli che non svolgono alcuna attività sportiva dopo la scuola. E questo si riscontra soprattutto tra gli studenti stranieri che, così, riescono a farsi accettare meglio. Non tutti però, perché il 32% di loro non svolge alcuno sport fuori dalla scuola. Probabilmente perché l’accesso a queste attività risulta essere più difficoltoso oltre che per fatti economici anche per appartenenza a determinate classi sociali. Basti pensare che mentre tra gli italiani l’86% pratica sport, questo dato si riduce di ben sette punti se si è figli di coppie miste e molto di più se si è nati all’estero (63%).

«Lo studio si è avvalso di interviste realizzate all’inizio dell’anno scolastico 2016-2017 a oltre 1.200 studenti delle scuole secondarie di primo grado e ad alcuni dei loro docenti», spiega Adele Menniti del Irpps-Cnr, coordinatrice della ricerca. «Lo sport riscuote grande consenso ed entusiasmo: il 95% dei ragazzi ha attribuito un punteggio superiore a 8 su 10. Le motivazioni sono diverse: piacere e divertimento, oltre che l’opportunità di socializzare e stare bene in salute. La metà dei ragazzi  predilige sport di squadra e calcio e la pallacanestro raggiungono la stessa preferenza del 21%».

In Italia sono oltre dieci milioni i bambini e gli adolescenti di cui il dieci per cento circa sono nati da genitori non italiani. E cresce costantemente la loro presenza nelle scuole: si è passati dai 196 mila del 2001-2002 agli attuali 814 mila. Il numero di amici su cui si può contare è uno degli indicatori più rilevanti d’integrazione, e lo sport risulta essere importante per l’accesso alla comprensione reciproca e all’amicizia. «Tra gli stranieri di amici ne ha più di cinque il 29% di chi non pratica sport mentre la percentuale arriva al 51% tra quelli che svolgono attività sportiva» sottolinea Menniti. «È un evidente quanto utile fattore di integrazione. Gli studenti con genitori italiani, inoltre, si dividono quasi a metà fra chi indica nella propria cerchia solo amici italiani e chi sia italiani sia stranieri. Mentre appena l’8% dei ragazzi con background migratorio dichiara di avere esclusivamente amici di origine straniera».

Tra i ragazzi intervistati emerge un atteggiamento abbastanza positivo nei confronti dello “straniero”: il settanta per cento degli intervistati con genitori italiani è contrario a squadre composte da soli italiani, fatto condiviso anche dal novanta per cento degli stranieri. Ma l’affermazione ‘Quando si fa il tifo per la propria squadra può capitare un gesto violento’, seppur rigettata dalla maggioranza, vede un undici per cento di giovani che si dichiara addirittura ‘molto d’accordo’ sul fatto che l’aggressività rappresenti una manifestazione accettabile di sostegno alla squadra del cuore.

«I principi fondanti dello sport appaiono ben radicati nella strutturazione pur incompleta del sistema di valori dei giovani» conclude Menniti. «Tuttavia le esperienze, gli atteggiamenti e i comportamenti risentono di altre importanti dimensioni come il genere, il background migratorio e lo status economico».

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