Prelievo di anidride carbonica, vapore acqueo, idrogeno solforato nel cratere grande della Solfatara di Pozzuoli

L’AREA DEI CAMPI FLEGREI alle porte di Napoli è come un soufflè geologico. Tutto il territorio, da decenni ormai, cotto dal forno a magma del super vulcano su cui si trova si gonfia e sgonfia. Sollevando e abbassando con sé spiagge, case, strade e tutto ciò che si trova sopra. È il cosiddetto fenomeno del bradisismo flegreo. Il timore che da sempre attanaglia gli esperti è che tutto questo accade perché l’inferno di lava sottostante cerca di farsi strada per emergere in una eruzione disastrosa. Ad avvalorare questo timore ci sarebbero anche varie attività tra cui microsismi e il fenomeno, turisticamente più evidente, della fuoriuscita di gas dalla solfatara di Pozzuoli.

Ma proprio trentadue anni di raccolta e analisi dei dati di queste fuoriuscite di fumarole di anidride carbonica, vapore acqueo e idrogeno solforato hanno consentito agli scienziati di dare una nuova interpretazione di ciò che probabilmente sta accadendo in questo pericoloso e vasto vulcano: le fumarole stesse non dipendono dalla risalite di magma e non sono indicative di un imminente rischio eruzione. Questa affermazione è di uno studio pubblicato dall’American Geophysical Union condotto da un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (OV-INGV), in collaborazione con l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

«Negli anni 1969-1972 e 1982-1984», spiega Giuseppe De Natale, ricercatore dell’INGV, «il fenomeno di sollevamento del suolo in quest’area è stato considerevole, raggiungendo ritmi di 0.5-1 metri all’anno; dal 1969 al 1984, il suolo del Porto di Pozzuoli si è sollevato di 3.5 metri, e alla fine del 1983 l’intera cittadina (circa 40mila abitanti) è stata evacuata».

«Le analisi dei gas fumarolici», precisa Roberto Moretti dell’Università ‘Luigi Vanvitelli’, «indicano come tra il 1982 ed il 1984, in corrispondenza della crisi bradisismica più imponente dall’eruzione del 1538 ad oggi, con 1.8 m di sollevamento massimo e circa 16.000 terremoti di bassa magnitudo, il magma che presumibilmente  risiede a 7-8 km di profondità è risalito fino a 3-4 km. Dalla fine del 1984, il fenomeno di risalita magmatica è terminato, e il suolo ha iniziato ad abbassarsi in una nuova fase che è durata circa 20 anni. Durante questo tempo, il magma superficiale, depositato in forma di lamina sottile, si sarebbe pressoché solidificato. Da allora, i fluidi fumarolici si sarebbero arricchiti di gas tipici del magma più profondo, come l’anidride carbonica, producendo variazioni geochimiche, registrate in questi ultimi 20 anni. Prima di questo nuovo modello, le stesse erano state interpretate come segnali di recenti intrusioni magmatiche».

Le variazioni, osservate in questi due decenni, insieme al lieve ma costante sollevamento del suolo, mostrano, secondo lo studio, il ripristinarsi delle condizioni geochimiche del magma profondo che raggiungono, in assenza di nuove perturbazioni, una condizione stazionaria e quindi costante.

“Questa nuova interpretazione”, prosegue De Natale, “ha il vantaggio di spiegare, per la prima volta, in maniera semplice ed efficace non solo i dati geochimici, ma anche quelli geofisici (movimenti del suolo e terremoti), in contraddizione con le recenti ipotesi che spiegavano i fenomeni attuali come dovuti a nuove intrusioni magmatiche in serbatoi a bassa profondità”. Il nuovo approccio, aggiunge De Natale, “costituirà verosimilmente un nuovo riferimento nell’interpretazione dei dati geochimici di tutte le aree vulcaniche, e in particolare delle caldere di collasso simili ai Campi Flegrei”.

La ricerca ha carattere esclusivamente scientifico, privo di alcun profilo in merito agli aspetti di protezione civile. Si ricorda che dal dicembre 2012 i Campi Flegrei – che vengono costantemente monitorati da INGV – sono a livello di allerta “giallo” (attenzione).

Le variazioni, osservate in questi due decenni, insieme al lieve ma costante sollevamento del suolo, mostrano, secondo lo studio, il ripristinarsi delle condizioni geochimiche del magma profondo che raggiungono, in assenza di nuove perturbazioni, una condizione stazionaria e quindi costante.

“Questa nuova interpretazione”, prosegue De Natale, “ha il vantaggio di spiegare, per la prima volta, in maniera semplice ed efficace non solo i dati geochimici, ma anche quelli geofisici (movimenti del suolo e terremoti), in contraddizione con le recenti ipotesi che spiegavano i fenomeni attuali come dovuti a nuove intrusioni magmatiche in serbatoi a bassa profondità”. Il nuovo approccio, aggiunge De Natale, “costituirà verosimilmente un nuovo riferimento nell’interpretazione dei dati geochimici di tutte le aree vulcaniche, e in particolare delle caldere di collasso simili ai Campi Flegrei”.

La ricerca ha carattere esclusivamente scientifico, privo di alcun profilo in merito agli aspetti di protezione civile. Si ricorda che dal dicembre 2012 i Campi Flegrei – che vengono costantemente monitorati da INGV – sono a livello di allerta “giallo” (attenzione).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Per favore, inserisci il tuo commento!
Please enter your name here