«SESSO, DROGA E ROCK’N’ROLL!» non è soltanto il motto per eccellenza dello sballo fisico e mentale, ma la conferma che certi modi di dire, che spesso vengono proposti come vere e proprie formule popolari da ‘scienza della strada’, a volte c’azzeccano. E in questo caso in maniera davvero ‘stupefacente’. Perché, mentre per ciò che riguarda gli effetti sul cervello del sesso e l’uso di sostanze la ricerca ha le idee sufficientemente chiare, sulla dipendenza dovuta al ‘farsi pere’ di brani musicali non c’erano prove di laboratorio.

          

Grazie a uno studio recente, invece, questo slogan, può assumere oggi un significato in grado di andare al di là di un semplice linguaggio comune, tipicamente giovanile: le nostre canzoni preferite, della star che ammiriamo, provocano non soltanto un effetto di piacere nel cervello ma anche una potenziale dipendenza. Che può essere inibita attraverso dei farmaci fino al punto che il nostro brano più amato può non farci più alcun effetto.

«A capa è ‘na sfoglia ‘e cipolla». Che la mente degli esseri umani fosse fragile e sottile come la pianta bulbosa che ci fa lacrimare ce lo siamo sentiti dire almeno una volta dalla nonna (soprattutto se Meridionale). Di certo, però, mai e poi mai la saggia vecchietta si sarebbe potuta immaginare che ‘sballati’ di musica, sesso e droga provino la stessa necessità fisiologica di rivivere queste esperienze per soddisfare un piacere che, però, può sfociare in un insano e incontrollabile bisogno. Perché nella testa si attivano gli stessi specifici recettori che restano in qualche maniera “in attesa” di quegli stimoli che il cervello a un certo punto pretende di avere per provare piacere.

Molecole del godere. Questi recettori sono delle molecole. Possono essere immaginati come delle mani che il nostro cervello usa per ricevono dagli spacciatori (sesso, droga o musica) le dosi da assumere dopo averle ricevute, per esempio, attraverso un’iniezione di eroina, l’accoppiamento o le orecchie attraverso l’ascolto di un brano. Dosi che altro non sono che altri tipi di molecole che si agganciano chimicamente a quelle della ‘cipolla’. Come fermarle?

Arrestare il pusher. L’arresto del pusher di turno significa evitare alla molecola del cervello di poter ricevere la dose. Ovvero al recettori di ricevere lo stimolo chimico necessario a soddisfare queste pratiche piacevoli che, col tempo, diventano prima un velato bisogno e poi vera e propria dipendenza. Che andrebbe curata, perché malattia.

Come droga e sesso, ascoltare musica può creare dipendenza.

Il “Carabiniere” Naltrexone. I risultati della ricerca, che ha come obiettivo quello di indagare comportamenti estremi e a rischio come quelli legati al cosiddetto desiderio di vivere esperienze da ‘adrenalina’ e ‘sensazioni forti’, sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports dal team del Prof. Daniel Levitin della Université McGill di Montreal in Canada. Lo studio si è basato sul coinvolgimento di diciassette volontari ai quali è stato somministrato il naltrexone, un farmaco in grado di isolare i recettori del cervello, utilizzato tipicamente per la cura dalla dipendenza da oppioidi e alcol.

L’esperimento. Durante i test ad alcuni volontari è stato somministrato il farmaco e ad altri un placebo e a tutti è stata fatta ascoltare la musica preferita. È emerso che le canzoni ritenute speciali non venivano più percepite come tali dai volontari che avevano assunto il farmaco. «L’esperimento ha confermato le nostre ipotesi – ha detto Levitin – e le impressioni riferite dai partecipanti sono state affascinanti: per esempio ci hanno detto ‘So che questa è la mia canzone preferita, ma non mi fa sentire come quando la ascolto di solito’».

Di certo lo studio non deve preoccupare. C’è dipendenza e dipendenza. E quella dalla musica non è certamente pericolosa quanto quella da cocaina. Tutto al più, se si tiene conto che anche il cibo è in grado di stimolare la stessa area del cervello della musica, non ci resta che aggiornare lo slogan in un “Sesso, droga, rock’n’roll e… ‘na bella magnata!”.