ERA LUNGA PIÙ DI 25 METRI, misure raggiunte oggi soltanto dalla balenottera azzurra (Balaenoptera musculus) e quella comune (Balaenoptera physalus) che, con i loro 33 e 26 metri sono i più grandi animali che vivono sul nostro pianeta. “Giuliana”, così chiamata perché trovata lungo la riva sinistra della diga di San Giuliano a Matera, in Basilicata, è il fossile di balenottera risalente al pleistocene inferiore (800.000 anni fa) più grande rinvenuta al mondo. Scoperta l’8 agosto del 2006 dall’agricoltore Vincenzo Ventricelli, nonostante la sua importanza riconosciuta a livello mondiale, non è stata ancora studiata. E giace da 10 anni nelle casse in cui fu conservata, custodite nel Museo Archeologico Nazionale “Domenico Ridola” della Città dei Sassi.

Matera. Diga di San Giuliano. I lavori di scavo del fossile del dicembre 2006.

Questa storia, sconosciuta e dimenticata, viene consegnata all’opinione pubblica nazionale e internazionale a settembre del 2016 grazie al documentario di divulgazione scientifica “Giallo ocra – Il mistero del fossile di Matera”, scritto e diretto da chi scrive. Ventisei minuti in cui si sintetizzano ben dieci anni durante i quali ho seguito la questione a partire da La balena di Matera rischia l’ultima spiaggia, articolo firmato nel 2007 per il Venerdì di Repubblica. Documentario diventato perfino oggetto di interrogazione parlamentare in Senato. E che sembra aver smosso le acque. Tanto che Giuliana potrebbe, finalmente, prendere il largo fino ad arrivare ad essere esposta al pubblico. Si spera, entro l’evento Matera Capitale della Cultura Europea 2019.

   

I soldi chi ce li mette? Il problema principale di Giuliana, come per ogni bene culturale, è il reperimento dei fondi per poter effettuare sul fossile uno studio scientifico approfondito, il restauro e la musealizzazione, quindi l’esposizione al pubblico. «A dicembre abbiamo presentato al Ministero la richiesta di 25 mila euro per una attività di cosiddetto pronto intervento» spiega al telefono Francesco Canestrini, Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici della della Basilicata. «Non serviranno per operare direttamente sul fossile ma per effettuare uno studio preliminare volto a definire un progetto di road map di recupero effettivo. Inoltre abbiamo inviato da tempo alla Regione Basilicata una scheda in cui sono riportati i costi necessari a far percorrere alla balenottera tutto il percorso di recupero che si concluderà l’esposizione al pubblico». Questo perché la Regione si è resa disponibile dal giorno di presentazione del documentario a Futuro Remoto – Festival delle Scienze di Napoli dell’8 ottobre 2016 – a reperire i fondi necessari all’intera operazione di recupero. Scheda che la stessa Regione ha rigirato all’Autorità di Gestione del Programma Operativo FESR-Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. I soldi si cerca di farli arrivare dall’Europa. «» Gerardo Trevaglio.

Un bene cultuale unico al mondo. Giuliana, stimata ben 25 metri grazie alle dimensioni del cranio, è una di quelle innumerevoli e ambiti pezzi seminati da madre natura che ogni ricercatore spera di trovare per poterlo aggiungere al complicato mosaico della storia del nostro pianeta. Fin da subito è stata considerata speciale. «Le premesse, basate sulla misurazione delle dimensioni e valutazione delle caratteristiche e tipo di dei resti fossili ritrovati, già facevano presagire una scoperta eccezionale» spiega oggi il professor Walter Landini, ordinario di paleontologia dell’Università di Pisa, che insieme ai paleontologi Angelo Varola dell’Università del Salento e Giovanni Bianucci dell’Università di Pisa si è occupati del cetaceo fin dall’estate del 2006.

La larghezza del cranio da zigomo a zigomo consente di valutare le dimensioni della balenottera.

Cos’è stato trovato della balenottera. «A San Giuliano sono ritrovate 12 vertebre toraciche con un diametro superiore ai 20 centimetri» spiega Bianucci, ripensando a quei giorni, «diverse costole, di cui una lunga oltre 3 metri. Ma anche la pinna pettorale costituita da scapola, omero, radio, ulna e diverse falangi. Del cranio, che è la parte scientificamente più importante dello scheletro, è stata ritrovata la porzione posteriore, cioè quella parte che includeva il cervello, e una parte del rostro: mandibola e mascella, cioè quella porzione del cranio che sosteneva nella bocca i fanoni. Che sono una caratteristica tipica di un misticeto, cioè di un cetaceo che al posto dei denti è dotato di lamine costituite da tessuto di cheratina. A forma ti pettine, servono all’animale come setaccio per espellere l’acqua dalla grande bocca così da poter trattenere i piccoli animali di cui si nutre». Un altro elemento che è stato ritrovato nel 2008 e che rappresenta una rarità in paleontologia è la bulla timpanica, un elemento molto importante che ha da subito permesso di attribuire questo scheletro al genere balenottera.

La posizione dei resti fossili e una ricostruzione di Giuliana (Illustrazione: Giovanni Bianucci)

Lo scheletro della testa. «Nel 2011 recuperammo il cranio, la parte scientificamente più importante dell’animale» sottolinea Varola, l’unico dei tre paleontologi ad aver partecipato a tutte le campagne di scavo di Giuliana. «Per comprendere il tipo di cetaceo è stato importante trovare l’occipite, la parte dei mascellari e pre mascellari e le ossa zigomatiche. Ma soprattutto le bulle timpaniche. Queste si trovano anatomicamente sotto al cranio e sono difficili da trovare perché sono tenute attaccate al cranio da tessuti molli. Motivo per il quale, dopo un certo periodo dalla morte dell’individuo si staccano, ed essendo di struttura molto pesante, un tessuto di tipo pacheostotico, tendono a rotolare per gravità verso il basso e ad allontanarsi dallo scheletro».

Individuato nel corso dello scavo del 2008 ma recuperato soltanto nel 2011, il cranio, al fine della sua conservazione, è stato cosparso di materiali particolari per preservarlo dagli agenti atmosferici. È stato incamiciato con delle resine speciali e del gesso, così come si fa per bloccare una frattura. Tutto quello che è stato utilizzato è materiale reversibile, che potrà poi essere asportato quando verrà studiato il fossile, senza danneggerà le parti ossee. Dopo di ciò è stato chiuso in cassa di legno riempite di materiali resistenti come argilla espansa e poliuretano, imbracato e trasportate prima nell’area industriale di Matera, presso i magazzini della Soprintendenza, per arrivare al museo della città.

Il cranio di Giuliana. In alto gli “occhi” (Foto: Akhet)

Giuliana e i cambiamenti climatici. Dalle sole dimensioni di alcune parti, la balenottera, nonostante non sia ancora stata studiata a fondo, ci dà importanti informazioni sull’evoluzione di questi cetacei e sui cambiamenti climatici. «È più grande fossile di balenottera ritrovata al mondo risalente al Calabriano, cioè a quell’arco di tempo dell’epoca del Pleistocene compreso tra 1.8 milioni e 781mila anni fa. Forse la più grande ad aver mai nuotato nel Mediterraneo» spiega Bianucci. «Il recupero del cranio ha permesso di stimare in 25 metri la lunghezza della balenottera. E poiché quanto più grande è la massa di un corpo tanto più lenta è la sua perdita di calore in acque fredde, il ritrovamento di questo fossile confermerebbe la teoria secondo la quale l’aumento delle dimensioni di questi cetacei sarebbe, dal punto di vista evolutivo, una risposta alle glaciazioni registrate sulla Terra negli ultimi 2 milioni di anni». Che rappresenta un importante tassello per comprendere meglio anche l’evoluzione dei cambiamenti climatici.

I cambiamenti climatici “secondo” Giuliana

          

Il rapporto tra il recente terremoto distruttivo del Centro Italia e la balenottera. Altre importanti informazioni ci vengono da una parziale ricostruzione, da approfondire aprendo le casse in cui è conservata, dell’antico ambiente in cui è morta. Che ci raccontano anche dei movimenti della crosta terrestre. Gli stessi che sono alla base dei terremoti lungo tutta la catena appenninica italiana, la spina dorsale di montagne che segna il centro di quasi tutta la penisola. «La presenza di flora e di fauna fossile presenti nel terreno scavato che avvolgevano la balenottera è risultata significativa per la definizione dell’antico ambiente in cui è morta, e per la ricostruzione del fondale in cui si è adagiata e che è diventato il suo sarcofago d’argilla» spiega Landini. «In particolare abbiamo trovato pesci lanterna, che vivono a qualche centinaio di metri di profondità, zoopycus, che sono resti di organismi limivori che si nutrono di detrito organico sui fondali, anch’essi che vivono ad alcune centinaia di metri. Ma anche molluschi che vivono, invece, in acque aperte, oceaniche, fresche, e sono gli pteropodi. Tutto questo indica un ambiente complessivo intorno ai 500, 600 metri di profondità. Un altro elemento estremamente utile per ricostruire l’intera forma dell’antico bacino in cui è morta è risultato dalla presenza di posidonie: sono resti d’origine vegetali che vivono tra zero e 50, 60 metri di profondità. Questa grande presenza può essere spiegata con l’esistenza di un fondale molto molto ripido, quindi che scendeva quasi in verticale dalla parte emersa fino all’ambiente in cui abbiamo trovato il reperto». Che quindi si trovava in un fondale profondo, cosa che spiega la presenza di argille che si formano per pressioni elevate. Ma cos’è successo allora? E come ha fatto ad arrivare una balenottera sulle colline della Basilicata, a 100 metri sul livello del mare e a circa 40 chilometri dalla costa del Mar Jonio? È stato a causa di un’antico maremoto con relativo tsunami, o per un passato global warming in grado di sciogliere le riserve d’acqua congelate nelle calotte polari o sui ghiacciai alzando il livello del mare fino a 100 metri? Il documentario spiega proprio questo aspetto al profano che, abituato a sentir parlare sempre di climate change e scioglimenti, non riesce a pensare a una causa diversa. Perché la soluzione del mistero e “sotto i piedi di tutti”. Ed è legata a stretto giro con il recente terremoto che ha colpito il Centro Italia. La balenottera di San Giuliano, infatti, è un “regalo” di quelle stesse forze che il 24 agosto hanno scosso il centro Italia con un sisma di grado 6 della scala Richter. Distruggendo i paesini di Accumuli, Amatrice e Arquata del Tronto. Causando quasi 300 morti e mettendo fuori uso, come ha comunicato la Protezione Civile italiana, 1486 edifici e rendendone temporaneamente o parzialmente inagibili altri 713. Sono state proprio loro in milioni di anni a sollevare di circa 600 metri il fondale su cui si adagiò la balenottera. Diventata, poi, la sua tomba.

    

La Fossa Bradanica. Per scoprire questo incredibile sollevamento di un territorio basta andare a Miglionico, un paese a circa 500 metri d’altitudine. Da dove si vede oltre che la piana dove si trova la diga di San Giuliano la città di Matera. Ai tempi della balenottera tutto il territorio che da questo paesino si vede, che fa parte della cosiddetta Fossa Bradanica, era completamente sommerso. Ma a quelle altezze in mare non ci è mai arrivato. In molti credono di si: chi credendo alla storia dell’Arca di Noè, chi pensando a uno tsunami o allo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai. Pochi, invece, riescono a immaginare che immense forze interne alla Terra, in milioni di anni, siano state capaci di sollevare al di sopra delle acque un vasto fondale marino profondo centinaia di metri: quello su quale si depositò la balenottera dopo la sua morte. «I resti della balena sono stati ritrovati nella valle del fiume Bardano a circa 100 metri sul livello del mare. Ma come ci sono finiti lassù, e proprio in quei sedimenti?» racconta Federico Boenzi, già Ordinario di Geomorfologia Università degli Studi di Bari. Uno dei protagonisti del documentario. «L‘area appenninica, in particolare l’Appennino Meridionale, può essere distinta, dal punto di vista della struttura geologica, in tre parti: l’Appennino propriamente detto, l’Avanfossa Bradanica, e poi l’Avanpaese pugliese. La balena è stata trovata esattamente nei sedimenti della cosiddetta Avanfossa Bradanica. Quest’ultima è una conseguenza del movimento delle placche terrestri. In particolare di quello che è il movimento geo dinamico della placca Apula che, muovendosi verso ovest, s’infila (subduzione) sotto la placca europea corrugandola e spingendola verso l’alto. Questa corrugazione sono gli Appennini, la spina dorsale della penisola italiana. La spinta è, invece, la causa dei terremoti che scuotono questa catena montuosa, quindi, praticamente, tutta l’Italia. Quando la balenottera è morta l’attuale Puglia era un arcipelago di isolette e c’era un ampio canale di mare profondo anche 600 metri che univa quello che oggi è il Mar Jonio con il Mare Adriatico. È in questa situazione che la balenottera si è depositata sul fondale. In centinaia di migliaia di anni, poi, questo fondale è stato sollevato al di sopra del livello del mare dalle dinamiche spiegate prima, mentre i corsi dei fiumi “tagliavano” i depositi accumulatisi nel tempo fino ad arrivare al fondale dove si depositò la balenottera. Dove oggi l’abbiamo trovata».

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Note

Il documentario, per la sua rilevanza scientifica e originalità della narrazione, è stato patrocinato – un riconoscimento morale non economico che consente l’inserimento del logo in testa al documentario e all’evento di presentazione – dalle più importanti istituzioni scientifiche pubbliche e private italiane tra cui il Cnr-Consiglio Nazionale delle ricerche, ENEA-Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, INGV-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ISPRA-Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Società Geografica Italiana, Società Geologica Italiana, Società Paleontologica Italiana, Università degli Studi della Basilicata, Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa. Un caso unico in Italia. Da guinness.

Oltre a organizzazioni scientifiche, hanno ritenuto fondamentale dare il patrocinio per l’importanza della scoperta anche la Regione Basilicata, il Comune di Matera e la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio della Basilicata. L’evento di presentazione sarà patrocinato dal MIBACT-Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Con il patrocinio di Divulgo, associazione culturale per la disseminazione di Scienze , Natura e Tecnologie.

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