LA RIVELAZIONE È DA FANTASCIENZA. Ma è della NASA, e apre le porte alla possibilità di non essere più soli nell’Universo. Seppure a circa 39 anni luce, una distanza oggi impensabile per esplorare il nuovi mondi a bordo di “tre Caravelle spaziali” basate sulle tecnologie attuali terrestri, è stato individuato un sistema stellare simile al nostro. Con al centro quella che è stata battezzata Trappist-1 e, in rotazione attorno a essa, sette pianeti. E questo sistema, per le sue caratteristiche, risulta essere molto simile al nostro. Tre di questi esopianeti, chiamati così perché extrasolari e in rotazione attorno a una stella, si trovano addirittura nella cosiddetta “zona abitabile”. Cioè in condizioni ambientali compatibili con la formazione di quella vita che noi conosciamo. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Nature da un gruppo di ricerca coordinato dall’Università di Liegi in Belgio.

               

A scoprire Trappist-1, insieme a tre dei sette pianeti, è stato nel 2016 il telescopio da sessanta centimetri di apertura TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope south (Trappist-south) costruito sull’Osservatorio di La Silla sulle Ande e gestito dalla stessa Università belga. «La cosa sorprendente è che tutti questi pianeti hanno dimensioni simili alla nostra Terra» ha spiegato Michaël Gillon dell’Università di Liegi. «Inoltre, nonostante le orbite siano più strette e l’intero sistema sia più compatto e vicino alla stella rispetto al nostro, le temperature non sono elevate». Perché Trappist-1 è una nana superfredda, con una temperatura in superficie pari a circa 2400 gradi centigradi che sono meno della metà di quelli del Sole.

Il primo esopianeta venne scoperto nel 1995. Venne chiamato 51 Pegasi b, noto anche come Dimitium. Da allora, in 22 anni di ricerche ne sono stati trovati più di tremilacinquecento. Scovati grazie anche al telescopio Kepler della Nasa, lanciato nel 2009, in grado di osservare e misurare la variazione di luminosità delle stelle allorquando un pianeta si trovi a transitare davanti ad esse.

Nell’attesa di un segnale captabile in grado di confermare la presenza di forme di vita intelligente su queste possibili “nuove americhe”, forse un giorno saranno proprio loro a farsi vivi. Magari sbarcando con il loro Colombo, dopo aver attraversato una parte dell’immenso oceano dell’Universo a bordo di vascelli spaziali super tecnologici.

 

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